La Vittoria della Tenacia

Coaching per l’Anima nella Sconfitta

Introduzione – Quando perdi ma resti in piedi

Domenica 8 giugno, guardando la finale del Roland Garros tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, ho avuto come un’illuminazione.
È stata una partita estenuante, intensa, durata oltre cinque ore. Alla fine ha vinto Alcaraz, e Jannik — visibilmente provato — ha detto:

Credo che stanotte non riuscirò a dormire.”

Quella frase mi ha colpito. Perché è vera. Perdere fa male, e non importa quanto tu sia allenato. Ma ciò che mi ha colpito ancor di più è stata la sua presenza dignitosa: niente lamentele, nessun alibi. Ha riconosciuto il dolore, ha onorato l’avversario, e ha lasciato il campo da uomo.

Da coach, educatore e appassionata di tennis, ho capito che in quella sconfitta si nascondeva una lezione potentissima. Una lezione che voglio condividere con te, perché riguarda molto più della racchetta e della terra rossa: riguarda i nostri figli, riguarda noi, riguarda la paura di cadere, e il valore profondo della tenacia.

1. Il peso del fallimento nella Generazione Z

“La paura di cadere è più paralizzante del dolore stesso”

Lavorando con adolescenti e giovani adulti, mi capita sempre più spesso di ascoltare la stessa paura: “E se fallisco?”
Non “se non riesco”, ma proprio “se fallisco” — come se il fallimento fosse una sentenza, un marchio, una condanna.

Siamo immersi in una cultura in cui il fallimento è visto come qualcosa di irrimediabile, non come un passaggio naturale della vita. Questo è un problema profondo, educativo e sociale. La Generazione Z — cresciuta sotto l’occhio vigile (e spesso ansioso) degli adulti — ha interiorizzato un’idea tossica: cadere è pericoloso, è vergognoso, è da evitare a tutti i costi.

E così c’è chi si ritira dalla scuola e diventa drop-out, chi smette di cercare lavoro e diventa NEET, chi si chiude in casa e vive da Hikikomori, chi rinuncia ai legami affettivi e si rifugia nell’identità INCEL.

Tutte espressioni diverse dello stesso ritiro. Come se il rischio del dolore, della delusione o della frustrazione fosse più insopportabile del dolore stesso.

E in parte, lo capisco. Perché noi adulti abbiamo spesso trasmesso questo messaggio, anche in modo non intenzionale:

“Devi riuscire.”
“Non puoi permetterti errori.”
“Ti voglio vedere felice, non triste.”
“Non deludermi.”

Il nostro amore, spesso, è diventato ansia da prestazione.

Ma se non aiutiamo i nostri ragazzi a capire che perdere è umano, che cadere è parte del cammino, che non esiste crescita senza sforzo, li stiamo preparando al panico, non alla vita.

Ecco perché credo fermamente che il coaching non debba solo servire a “potenziare” i punti di forza. Deve educare al rischio, allenare alla perdita, dare strumenti per navigare nel dolore, senza essere travolti.

2. La cultura della prestazione e la fuga dal campo

“Se non vinco, non valgo”

C’è una frase che sento troppo spesso, detta sottovoce, tra le righe, ma profondamente presente nel cuore di molti giovani (e, diciamolo, anche adulti):

“Se non eccello, non valgo nulla.”

Viviamo in una società che premia il risultato visibile, l’efficienza, il talento precoce. Le storie di successo sono ovunque: social, media, libri, TED talk. Vediamo ragazzi di vent’anni che fondano start-up milionarie, sportivi adolescenti che diventano icone globali, influencer che a diciotto anni comprano case da sogno.

È naturale che molti si confrontino e si sentano inadeguati, indietro, sbagliati.
Ed è qui che nasce il vero pericolo: non è la sconfitta che fa male, ma il fatto di non sentirsi “abbastanza” nemmeno per provarci.

Nel coaching, questo è uno degli elementi più delicati su cui lavorare: la costruzione dell’identità legata al valore personale, non al risultato.

Ricordo una ragazza con cui ho lavorato tempo fa. Bravissima a scuola, sempre la prima della classe. Un giorno ha preso un 7. Non un 4, non una bocciatura: un 7. È bastato per farla crollare.
Mi disse:

“Mi sento invisibile. Come se non valesse più niente.”

Quel giorno non abbiamo parlato di studio, ma di identità. Di quanto sia pericoloso confondere la propria autostima con la propria prestazione.

Eppure è quello che succede sempre più spesso. I ragazzi non riescono a “reggere” la possibilità di fallire non perché siano deboli, ma perché nessuno ha mai dato dignità al fallimento.

Così si ritirano. Smettono di provarci. O peggio ancora: giocano solo partite che sanno di poter vincere.
È come se, per evitare la ferita della sconfitta, scegliessero l’anestesia dell’immobilità.

🔧 Strumento di coaching – Ristrutturazione del significato

Domanda potente: “Se questa esperienza fosse un allenamento e non un esame, cosa potresti imparare anche perdendo?”
Esercizio: Riscrivi la tua storia di “fallimento” come un racconto di “tentativo coraggioso”. Cambia il titolo: da “non ce l’ho fatta” a “ci ho messo la faccia”.

3. La lezione nascosta della sconfitta

“Hai perso? Allora hai provato davvero.”

Torniamo a Jannik.

Ha perso. Dopo cinque ore e ventisei minuti. Dopo scambi pazzeschi, colpi da antologia, sudore, fatica e cuore.
Ha perso. Ma non si è ritirato. Non si è risparmiato. Ha lottato fino alla fine. Ed è questo, per me, ciò che più conta.

Siamo talmente abituati a celebrare solo il podio che ci dimentichiamo di onorare chi ha avuto il coraggio di gareggiare.

Nel coaching, una delle prime cose che chiedo ai miei coachee è:

“Cos’è per te una vittoria?”
Le risposte, all’inizio, sono quasi sempre legate al risultato.
“Arrivare primo.”
“Essere riconosciuto.”
“Non deludere nessuno.”

Poi, piano piano, si apre uno spazio più vero:

“Averci provato davvero.”
“Essere rimasto fedele a me stesso.”
“Non essermi nascosto.”

Ecco, per me questa è la vittoria. E Jannik Sinner, domenica, ha vinto così.

Sul centrale del Roland Garros c’è una scritta storica:

“La vittoria appartiene ai più tenaci.”

Io la ribalterei, come diceva quel bellissimo articolo da cui ho preso spunto:

“Essere tenaci È la vittoria.”

Non perché sia una consolazione, ma perché è una verità potente e liberante.
Se ti sei allenato, se ti sei messo in gioco, se hai dato tutto, hai vinto dentro.
E chi vince dentro, prima o poi vince anche fuori.

🔧 Strumento di coaching – Diario delle vittorie invisibili

Ogni sera, scrivi 3 vittorie della giornata che non hanno nulla a che fare con risultati esterni.
Esempi: “Ho affrontato un conflitto”, “Ho chiesto aiuto”, “Non mi sono ritirato”.

Questo esercizio costruisce un’identità resistente, non solo performante.


4. Il coaching come risposta educativa

“Insegniamo a perdere bene, per imparare a vincere meglio”

Se c’è una cosa che continuo a ripetere a genitori e insegnanti che si rivolgono a me per i loro figli è questa:
“Non proteggiamoli dal fallimento. Prepariamoli.”

Il coaching non è una formula magica per fare sempre centro. È un percorso di consapevolezza, è una palestra emotiva, è un’educazione alla tenacia.

E tenacia non significa testardaggine cieca, ma capacità di rimanere presenti anche quando si soffre, di non identificarsi con l’errore, di imparare a fare pace con la realtà.

Serve un nuovo modo di educare:

Meno pressione per “fare di più”

Più spazio per “essere di più”

Più allenamento all’autostima!

Non si tratta di dire che perdere è bello. Non lo è. Fa male, lo so bene.
Si tratta di dare significato al dolore, metterlo in prospettiva, usarlo come motore evolutivo.

E allora, da coach e da essere umano, ti dico:

🔹 Educhiamo i nostri figli alla sacralità del tentativo.
🔹 Alleniamoli a stare nelle frustrazioni senza fuggire.
🔹 Insegniamo loro che la stima di sé non dipende dal risultato, ma dall’intenzione, dalla presenza, dalla lealtà verso se stessi.

🔧 Strumento di coaching – Dialogo tra generazioni

Chiedi a tuo figlio, tua figlia, un giovane che conosci:
“Qual è una cosa che hai provato a fare anche se ti faceva paura?”
Ascolta. Senza correggere. Senza aggiustare. Solo ascolta.
Poi condividi tu una tua sconfitta, e cosa ti ha insegnato.

👉 Questo crea connessione profonda e modella la vulnerabilità come forza.


Conclusione – Se hai dato tutto, non hai perso

Se hai dato tutto e hai perso, forse non dormirai stanotte.
Ma se hai dato tutto e hai perso, non perderai mai il rispetto di te stesso.

E questo, nel lungo periodo, è ciò che salva.

Jannik Sinner, domenica, ha perso. Ma si è mostrato intero, vero, grande.
E in un mondo che vuole solo risultati, essere autentici è un atto rivoluzionario.

Alleniamoci e alleniamo i nostri ragazzi alla tenacia interiore, alla dignità dell’imperfezione, alla sacralità della lotta.
Perché la vita non è una gara da vincere. È una strada da onorare.

E ogni volta che scegli di provarci, anche quando è difficile, hai già vinto.


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